Indicazioni 2025. Giornata di dibattito pubblico sulle Indicazioni Nazionali (di Caterina Gammaldi, componente del Consiglio superiore della Pubblica Istruzione)

Roma, 2 aprile 2025 – Sono oltre 1.200 le adesioni alla giornata di dibattito pubblico sulle Indicazioni Nazionali indetto presso l’Università Roma Tre dalle associazioni di insegnanti, genitori, studenti e del mondo sindacale.

In questo testo Caterina Gammaldi, già docente della scuola media e componente del Consiglio superiore della Pubblica Istruzione, propone in modo più articolato alcune delle riflessioni esposte durante l’iniziativa.

L’autrice auspica che possano essere utili per costruire un’alternativa al progetto di riforma complessivo che fa perno su Persona Scuola Famiglia.

Caterina Gammaldi “Indicazioni 2025. Alcune riflessioni”

Ringrazio Valentina Chinnici e il CIDI per questo spazio. Intervengo da ex insegnante di scuola media che ha attraversato, con compiti diversi, il periodo che va dal 1974 al 2012 e ringrazio tutti coloro che hanno attraversato la mia vita professionale e che mi hanno accompagnato.

“Perché tanta fretta” titolava il comunicato stampa delle associazioni professionali. Lo hanno detto in tanti: è una consultazione – farsa della scuola e delle sue rappresentanze, nel metodo e nel merito. Il consenso cercato, la propaganda corrisponde a una idea di scuola, di insegnamento – apprendimento di una parte politica, che abbiamo già visto. Penso al 2003 – 2004, ai provvedimenti di abrogazione del percorso fatto da Berlinguer – De Mauro, penso al percorso 2010 – 2011 in cui ha prevalso il contenimento della spesa pubblica e scelte quali un disegno complessivo di separare licei, tecnici e professionali. Le Indicazioni 2025 a cui seguiranno, presumo, come annunciato, gli adeguamenti delle Indicazioni nazionali dei licei e dei tecnici e professionali, già ipotizzati nei provvedimenti legislativi emanati, hanno uno scopo non dichiarato: modificare gli ordinamenti didattici privilegiando un modello organizzativo coerente con le istanze di modernizzazione che provengono dal mondo politico e economico – produttivo dell’Europa e non solo.

Ne è un esempio la ri-nazionalizzazione dei programmi di studio in luogo di Indicazioni per il curricolo.

Nel merito mi sembra di poter dire che l’attacco alla cultura della scuola, in particolare a quella democratica, è nei fatti l’aspetto su cui si basano le scelte politiche di chi oggi governa il Paese.

Al riguardo, alcune riflessioni partendo dalle parole, dai concetti che hanno attratto la mia attenzione, a cui già nella premessa culturale generale si dedica molto spazio e che tornano nei campi di esperienza e nelle discipline e nei suggerimenti metodologici – didattici , a partire dal titolo della premessa “Persona Scuola Famiglia”. Un attacco alla libertà di insegnamento e all’autonomia didattica e di ricerca della scuola.

Mi pongo l’obiettivo in questo intervento di svelare il non detto che ha orientato gli esperti coinvolti nella scrittura del testo, perché credo possa garantire qualche criterio di lettura per chi, presumibilmente, si troverà a scuola a fare i conti con un atto normativo che sarà emanato da dette Indicazioni e che orienterà la progettazione del curricolo nella scuola dell’infanzia e nel primo ciclo di istruzione.

In continuità con la riforma della scuola dei precedenti governi di centro – destra, ci viene riproposta una idea di scuola finalizzata allo sviluppo “armonico e integrale della persona, delle sue potenzialità e dei talenti”, una finalità in capo a tutti i provvedimenti legislativi già emanati ( filiera tecnologico – professionale, educazione civica, orientamento, Made in Italy, 4 più 2, valutazione degli apprendimenti nella scuola primaria e del comportamento, legge 22/25 che introduce le soft skills) emanati da questo governo e dal Parlamento. Un disegno complessivo in cui si inserisce la riscrittura delle Indicazioni 2025.

Dal concetto di persona – centrale nel documento – discende l’enfasi sulla personalizzazione dell’insegnamento e la personalizzazione dell’apprendimento, già praticata nei percorsi di istruzione destinati agli adulti come raccomandato in documenti europei, dell’OCSE, di pedagogisti d’oltre oceano.

L’enfasi sulla persona ha dichiarato, in un recente webinar la professoressa Perla, tacendo volutamente il richiamo alla stagione dei Piani di studio personalizzati, era già presente nelle indicazioni 2007 e 2012. Devo smentirla, non è la stessa persona a cui fanno riferimento le nuove indicazioni, che assumono, lo ha dichiarato la professoressa Perla, a riferimento le tesi del manifesto sul personalismo comunitario di Mounier, datato anni ‘30.

Una dichiarazione che inquieta chi va al contesto europeo degli anni ’30, che avevano portato l’Italia nel ‘23 alla riforma Gentile, al suo modello culturale e organizzativo sopravvissuto a tutti i cambiamenti proposti per l’istruzione superiore e alle scelte in materia educativa. Sottolineo in particolare un aspetto: in quelle scelte non c’era spazio per la cultura, né tanto meno per il dialogo fra la cultura umanistica e la cultura scientifica, l’istruzione superiore era riservata ai migliori, l’idea di identità nazionale, di esclusione dall’istruzione pubblica dei diversi attraversava tutti i provvedimenti emanati.

Si dirà che questo non è il contesto, che a quegli eventi è seguito un periodo di pace duraturo, che stiamo parlando della formazione culturale di base … . Se così fosse non dovremmo essere seriamente preoccupati del clima politico che respiriamo, in cui ritornano parole come riarmo, primato dell’Occidente, nazione, Famiglia e Patria con la maiuscola … .

La scuola della persona tout court non è la scuola – istituzione della persona umana secondo Costituzione (art. 3 comma 2), non è la scuola della centralità del soggetto che apprende; è, invece, la scuola che divide chi sa da chi non sa, che accentua le differenze. Risponde al principio “a ciascuno il suo”, non al “non uno di meno”, a cui abbiamo ritenuto importante, da insegnanti, dovesse essere ancorato il futuro della scuola, soprattutto quello dei nostri bambini e dei nostri adolescenti in tutto il percorso scolastico per dare risposte alla crisi di futuro.

La scuola dell’adattamento, della trasmissione delle conoscenze non è, per fare chiarezza, quella di De Mauro, Ceruti, Cerini, Fiorin, Lorenzoni, Pontecorvo, Vertecchi, Goussot, Canevaro … e di molti altri che ci hanno proposto il cambiamento segnato dalla prescrittività degli ambienti di apprendimento e dei traguardi per lo sviluppo della/e competenza/competenze e non dall’elenco di conoscenze.

Altre posture professionali, altri paradigmi quali la complessità nell’agire educativo e la cultura della competenza come un mix di conoscenze, abilità e atteggiamenti sono i nostri riferimenti culturali e professionali. Per intenderci le hard skills per le life skills.

La scuola descritta nelle Indicazioni 2025 privilegia una visione deterministica proponendo la diversificazione dei percorsi.

Certo è difficile fare scuola in classi plurali e multilingue, ma l’eterogeneità delle nostre classi è un valore; non c’è ragione alcuna di riproporre i gruppi omogenei di apprendimento in un mondo che cambia sotto i nostri occhi, in cui di altre lenti, di altri strumenti culturali hanno bisogno i nostri studenti non estranei ai saperi.

Una opzione culturale fin troppo chiara se letta in rapporto alla parola identità a cui si aggiunge l’aggettivo italiana.

Con lo sguardo all’indietro e al futuro segnalo che, già nel 1997, la commissione del Saggi voluta da Berlinguer, come ha scritto nella sintesi Maragliano, ha fatto della scelta identitaria una proposta plurale. Si ha l’impressione che questa commissione, questi esperti, questo governo non ami gli articoli, gli aggettivi, i nomi, i verbi al plurale ed evochi la “romanità” e quindi l’identità nazionale accentuando la dimensione individuale, quella dell’adattamento e dell’assimilazione, tratto distintivo di una scuola che finge di accogliere, ma che in realtà esclude. Come leggere l’inclusione è possibile se chi viene da un altro paese conosce il latino (“così impara meglio l’italiano”), se ascolta narrazioni (aneddotica) del mondo greco e romano e del Risorgimento.

Abbiamo un’altra idea: i cosiddetti barbarismi e ibridazioni sono un fattore storico – linguistico straordinario per non separare chi vive o vivrà con altri giovani e adulti provenienti da paesi di altre culture. A meno che non vogliamo tener conto dei processi di globalizzazione e delle crisi planetarie in cui sempre più spesso dovremo e dovranno vivere. Non si diventa cittadini del mondo rafforzando la dimensione nazionale. Segnalo che la parola identità è presente nei “programmi” di storia, di lingua, di arte e immagine, di scienza, di matematica … cara a chi difende l’italianità, quindi la nazione, come stanno facendo in molti paesi. Sono sotto i principi delle democrazie liberali.

Per chi lo avesse dimenticato, e noi non siamo fra quelli, la mobilità di bambini, adolescenti, adulti – uomini e donne – è fenomeno che ha sempre caratterizzato la vita degli umani, fin dalla preistoria, in cerca di situazioni migliori rispetto a quelle in cui vivevano. Le identità al plurale sono un tratto distintivo della storia del mondo, su cui interrogarsi per comprendere le ragioni del convivere. Non ci sono confini identitari né muri da innalzare per difendersi, se mai alla scuola spetta il compito di attrezzarsi culturalmente perché si possa vivere e convivere, comprendere e stare al mondo”.

In questa prospettiva abbiamo l’obbligo di guardare con preoccupazione a tutti i provvedimenti legislativi già emanati, a quelli annunciati, compreso quelli che seguiranno questa consultazione-farsa, che invece di fornire indicazioni su come vivere e far vivere nella complessità, propone itinerari e percorsi di semplificazione nel rapporto adulti – bambini e più avanti nelle età dell’adolescenza fino alla maggiore età e oltre.

Una prospettiva che, con accenti diversi, ritroviamo in tutti i progetti di riforma dei sistemi educativi europei, con correttivi e accentuazioni, ad esempio, proprio sulle soft skills che sollecitano nuove domande sul rapporto fra persona e personalizzazione contro l’individualizzazione che invece sceglie il diritto all’istruzione a salvaguardia del gruppo classe e dei singoli.

L’enfasi sulla personalizzazione corrisponde per gli esperti consultati a un modello educativo per l’inclusione che è necessario che la scuola democratica adotti, “un modello educativo centrato prevalentemente sulla valorizzazione delle potenzialità/risorse personali altamente intese, fra quelle cognitive a quelle sociali e creative”.Posizioni dell’OCSE, già sperimentate in altri paesi in cui si riscoprono i gruppi di apprendimento omogenei.

E gli insegnanti? Qual è il profilo culturale e professionale di chi guida le classi? È un coach, un mentore, un tutor. Sempre uno al singolare.

Perché proporre il team, il consiglio di classe, la negoziazione di significati, le scelte educative condivise se la tesi è che bisogna diversificare gli obiettivi per ognuno, applicare strategie didattiche per il potenziale personale, piegare le attività didattiche alle soft skills, alla dimensione emotiva a cui guarda con interesse il mondo produttivo che chiede empatia e capacità di adattamento.

Se in tale prospettiva si muoverà l’autovalutazione degli insegnanti attesa a breve che orienterà la formazione continua non possiamo che esprimere ulteriori preoccupazioni. Dobbiamo aspettarcelo, ma dovremo farlo capire bene a chi pensa possibile nel mondo della scuola la carriera e la premialità in luogo della “cura del sé professionale in ambienti cooperativi”. Lo abbiamo detto a chiare lettere con le altre associazioni e lo diremo ancora.

Premesse culturali e pedagogiche del sistema integrato 0-6. Sguardo internazionale e nazionale (di Rosamaria Maggio)

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